Piano Didattico Personalizzato: una scuola su misura per le difficoltà di apprendimento

Nei mesi scorsi, all’interno di questo  post , abbiamo parlato della normativa che riguarda i DSA e abbiamo visto quali sono le azioni che la scuola e la famiglia devono attuare, prima, durante e al termine del percorso diagnostico, per una piena e corretta applicazione della legge, ma soprattutto per la tutela e il supporto dei bambini con DSA.

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Ci siamo salutati parlando del momento in cui, una volta certificato il DSA, deve essere redatto da parte della scuola il Piano Didattico Personalizzato (PDP). Ma di cosa si tratta esattamente? E in che cosa si differenzia dal Piano Educativo Individualizzato (PEI), altra sigla che si sente nominare in ambito scolastico?

Il PEI è un documento che la scuola deve redigere nel caso di bambini disabili o che presentano deficit fisici, psichici o sensoriali, sia stabilizzati che progressivi, che causano difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione scolastica tali da determinare una condizione di svantaggio sociale e di emarginazione. Si tratta degli alunni a cui si fa riferimento nella legge 104 del 1992, che hanno diritto, una volta riconosciuta e certificata la condizione di disabilità, ad un’insegnante di sostegno. Il PEI contiene la progettazione della programmazione educativa individualizzata (diversamente deal PDP in cui la programmazione si definisce personalizzata) che assicura al bambino il conseguimento delle competenze fondamentali del curriculum scolastico tramite, ad esempio, attività di recupero individuale.

Gli obiettivi, generalmente, proprio perché il bambino presenta una condizione di svantaggio, sono diversi da quelli del gruppo classe in quanto vengono semplificati e ridotti.

Il PDP è un documento che la scuola deve redigere nel caso in cui il bambino presenti un DSA e che contiene le strategie e gli strumenti, tra cui misure dispensative e strumenti compensativi, che la scuola intende mettere in atto per meglio favorire l’apprendimento dello studente. Un alunno con DSA non è in una condizione di svantaggio cognitivo, fisico o sensoriale rispetto ai suoi compagni, ma ha delle difficoltà specifiche nell’utilizzo dei canali di apprendimento “standard” (lettura, scrittura, calcolo), pertanto ha bisogno di strumenti, metodologie e attenzioni particolari. Gli obiettivi, però, non vengono modificati, restano gli stessi del gruppo classe in cui è inserito; cambiano gli strumenti, le modalità, i tempi e i metodi di verifica, che vengono adattati all’unicità dei bisogni educativi dell’alunno. Nel caso dei DSA è poi prevista, quando necessario, una didattica individualizzata, che consiste ad esempio in attività̀ di recupero individuale utili a potenziare determinate abilità o acquisire specifiche competenze.

In particolare, nelle Linee Guida che accompagnano la Legge 170/2010 si dichiara che il PDP deve contenere:

  1. Dati anagrafici dell’alunno.
  2. Tipologia di disturbo.
  3. Attività didattiche individualizzate.
  4. Attività didattiche personalizzate.
  5. Strumenti compensativi utilizzati.
  6. Misure dispensative adottate.
  7. Forme di verifica e valutazione personalizzate.

Con strumenti compensativi si intendono tutti strumenti didattici e tecnologici che sostituiscono o facilitano la prestazione richiesta nell’abilità deficitaria. Alcuni esempi sono: gli audiolibri o la sintesi vocale, che trasformano un compito di lettura in un compito di ascolto, il registratore, che consente all’alunno o allo studente di non scrivere gli appunti della lezione, la calcolatrice, che facilita le operazioni di calcolo, altri strumenti meno tecnologici che facilitano l’apprendimento, quali tabelle, schemi, formulari, mappe concettuali, etc

Le misure dispensative sono invece degli interventi che consentono all’alunno o allo studente con DSA di non svolgere alcune prestazioni che, a causa del disturbo, risultano particolarmente difficoltose e che non migliorano anzi limitano l’apprendimento. Per esempio, in un compito di comprensione, non è utile far leggere a un alunno con dislessia un lungo brano per poi chiedergli di rispondere a delle domande su ciò che ha letto: la lettura del brano, per lui molto difficoltosa, limita in parte l’accesso al testo e richiede moltissima fatica per una comprensione adeguata. Dopo aver letto il brano in autonomia, l’alunno potrebbe non aver compreso il contenuto non perché le sue abilità siano effettivamente inadeguate, ma perché tutte le energie sono state utilizzate per leggere, a discapito della comprensione. Può essere dunque molto più utile valutare la comprensione di un testo dopo che il bambino ha, ad esempio, ascoltato il brano.

Il PDP dovrebbe auspicabilmente essere preparato dopo un confronto con gli specialisti che seguono l’allievo e i genitori e deve essere consegnato ai genitori – che devono firmarlo – entro 3 mesi dalla diagnosi, o comunque entro il primo trimestre scolastico.

È dunque come un “contratto” condiviso fra docenti, istituzione scolastiche, istituzioni socio-sanitarie e famiglia nel quale viene individuato e organizzato un percorso personalizzato, definendo tutti i supporti e le strategie che possono portare alla realizzazione del successo scolastico dell’alunno DSA.

Il PDP compilato va dato in copia alla famiglia, e potrà essere verificato e modificato nel corso dell’anno scolastico, a garanzia che quanto previsto nel documento sia effettivamente efficace. Si tratta di uno strumento utile e costruttivo, che, se opportunamente interpretato e utilizzato nell’impostazione di metodologie didattiche, oltre a permettere l’apprendimento degli studenti con DSA, ha una ricaduta positiva sull’intero gruppo-classe.

Per concludere, dopo aver parlato a lungo di cosa sono tenuti a fare gli adulti che gravitano intorno al bambino (genitori, insegnanti, professionisti…) sarebbe utile riportare l’attenzione su un aspetto molto importante, che non dovrebbe essere dimenticato, ma anzi guidare interamente il processo decisionale: il punto di vista del bambino non deve mai essere lasciato da parte, così come non è stato dimenticato nella stesura dei documenti a cui abbiamo fatto riferimento in questo post. Gli studenti e le studentesse, con le necessarie differenziazioni in relazione all’età, dovrebbero essere coinvolti il più possibile negli avvenimenti che si verificano, sin dall’inizio del processo diagnostico, a maggior ragione nel caso in cui emergesse la presenza di DSA. Come specificato nelle linee guida del 12 luglio 2012, i ragazzi hanno prima di tutto diritto ad una chiara informazione rispetto a quale siano le diverse modalità di apprendimento e le strategie che possono aiutarli ad ottenere il massimo dalle loro potenzialità; inoltre, dove l’età e la maturità lo consentono, i loro suggerimenti rispetto alle strategie di apprendimento che hanno maturato autonomamente dovrebbero sempre essere presi in considerazione dai docenti.

A presto!

Matilde

Autore:  Dott.ssa Matilde Taddei, Psicologa Clinica – Dottore di Ricerca in Psicopatologia dello Sviluppo – Specializzanda Psicoterapia.

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